Emergenza Borderline

Etichettati come al super

Eravamo al primo incontro pubblico di Emergenza Borderline quando mi sono davvero interessata al tema dell’etichettatura. Quando cioè una giovane professionista chiese al dottor Gaj se non fosse meglio evitare di comunicare al paziente la diagnosi considerando che nell’ordine: 1) poteva googlare la sintomatologia e quindi simularla 2) che potesse sentirsi etichettato. È stato un po’ come veder cadere il velo di Maya da davanti agli occhi (per gli amanti della filosofia): non ho potuto fare a meno di chiedermi perché una diagnosi potesse far sentire una persona etichettata. 

Faccio un passo indietro. Sono stata diagnosticata da grande a 28 anni e dallo psichiatra sono andata di mia spontanea volontà perché non potevo più stare male, non ce la facevo, non era accettabile. Quando arrivò il giorno della restituzione e mi dissero che soffrivo di disturbo borderline di personalità, fu il giorno in cui si accese la mia curiosità perché non ne avevo mai sentito parlare prima. Lo spiegone di Visintini (lo psichiatra) era calzante: aveva capito quello che vivevo faticosissimamente tutti i giorni della mia vita! Mi sono sentita estremamente sollevata. La prima domanda che ricordo chiaramente di aver fatto è stato ‘ma se ne esce?’ – perché bello sapere di essere capiti ma stare male invece fa schifo. La sua risposta fu affermativa ‘sì ma sarà un percorso lungo. Ho accettato di intraprenderlo e posso confermare quella sua prima risposta: è stato lungo ma risolutivo. Almeno nel mio caso.

Di etichetta fin qui neppure l’ombra. Cosa voleva dire quindi la Giovane Professionista di prima parlando di etichette? Se penso all’etichetta mi vengono in mente quelle del supermercato, tipo quando riempio il sacchetto biodegradabile di arance e poi le vado a pesare. Dalla bilancia esce fuori un’etichetta adesiva con poche stringate informazioni ARANCE – PESO – PREZZO che attacco sul sacchetto prima di farlo passare alla cassa. Tre secondi per visualizzare quest’immagine e capisco due cose importanti: l’etichetta si attacca e l’etichetta dice poco. Sarò io ad essere lenta di comprendonio ma è stato così che ho focalizzato che riguardo alle etichette si dice che ‘vengono attaccate addosso a qualcuno‘.

Il dottor Gaj rispose alla duplice domanda con una duplice risposta. Sì, lui era favorevole alla restituzione della diagnosi perché: 1) chi sta bene non ha bisogno di simulare un disturbo di personalità (e probabilmente non sa neppure che cosa sia aggiungo io) 2) le etichette non esistono se il terapeuta è in grado di comunicare correttamente la diagnosi al paziente. Ecco spiegata anche la mia seconda impressione sulle etichette del supermercato cioè che ‘dicono poco’. Il disturbo borderline di personalità non è composto da tre parole e una preposizione e basta o ancor peggio da un acronimo: DBP. Punto. È un disturbo complesso, articolato che ha un’origine, uno sviluppo, una sintomatologia, dei perché, dei funzionamenti, delle ramificazioni che francamente agli occhi di un professionista dovrebbero anche risultare affascinanti perciò buttare lì poche sillabe e un arrivederci sembra quasi un insulto al mestiere di psicologo oltre che al poveraccio che si è trovato a ricevere una diagnosi da un terapeuta così ‘ermetico’!

Adesso mi è chiaro il punto dell’etichetta: attaccare l’etichetta con su scritto ‘BORDERLINE’ sulla fronte di una persona come fosse un’arancia è come dare un giudizio tipo “questa È un arancia” e “questo È un borderline”. Passa il messaggio che la borderlinitudine sia la tua natura. Come recita la saggezza popolare ‘chi nasce tondo non può morire quadrato’ perciò hanno ragione i diagnosticati a rifiutare sia l’etichetta che la diagnosi.

Facciamo chiarezza una volta per tutte: le persone diagnosticate non SONO borderline ma HANNO il disturbo borderline, non SONO depresse ma HANNO la depressione, non SONO bipolari, schizofreniche ma HANNO il disturbo bipolare o la schizofrenia e così via. Ognuno di questi disturbi affonda le radici della sua storia nella notte dei tempi come del disturbo borderline si comincia a parlare alla fine degli anni ’40 inizio anni ’50, della depressione si inizia a parlare addirittura ai tempi di Galeno e della sua teoria dei temperamenti, della schizofrenia già da fine ‘800. In tutti questi anni di ipotesi e ricerche ne sono state fatte migliaia e centinaia sono quelle nuove che ogni anno vengono pubblicate sulle numerose riviste scientifiche. Questi secoli di approfondimento meritano validazione e rispetto. Dietro questa nomenclatura ci sono persone e storie e se questo è vero quando ci riferiamo agli adulti e ancora più vero se si parla di adolescenti o minorenni. In questi casi infatti abbattere lo stigma e cioè la disapprovazione sociale riguardo determinate caratteristiche personali deve diventare una priorità.

Sentirsi etichettati vuol dire sentire il peso del giudizio nei propri confronti, un’azione dell’altro su noi, dall’esterno verso l’interno. Tante volte al giorno capita di essere duri in prima persona, è un’abitudine talmente radicata da non rendercene neppure conto ecco perché è ancora più importante vedere questo meccanismo. Alla fin fine, su questo punto, avevano ragione sia la Giovane Professionista che il dottor Gaj.

 Le etichette sono per le lattine non per le persone (Andy Warhol)

6 thoughts on “Etichettati come al super

  1. Le etichette sono per le lattine non per le persone (Andy Warhol)

    Sintesi appropriata.riflessione condivisibile!
    Da terapista CON Disturbo, mi sento di aggiungere due cose:
    Non solo NON SIAMO ma al massimo abbiamo un disturbo,
    ma aggiungere al testo che fa vivere la “malattia” 2argomentazioni:
    1- i nostri problemi hanno la rilevanza che gli lasciamo a avere. (Desease=/ da ILNESS!)
    2- se il disturbo in.quanto tale.esiste! DEVE ESISTERE anche la.sua cura. Noi SIAMO cio che facciamo, viviamo nel nostro esprimerci.
    Prendendoci cura di cio che facciamo,per prendersi cura di cio.che siamo.

    1. Hai ragione Claudia, sono assolutamente d’accordo con te. La personalità non è affatto granitica, i cambiamenti sono all’ordine del giorno nelle piccole come nelle grandi cose. È bellissima e liberatoria l’idea che possiamo intervenire nella nostra vita. Grazie per il tuo messaggio!

  2. …c’è un luogo a me molto caro dove ho realizzato una panchina per sedermi e lasciare lì quello con cui arrivo…ogni volta mi ripeto “arriva con ciò che hai e allontanati con cio che sei”…questo è quello che dovremmo vivere nell’incontro con una persona che soffre…che poi soffra per il DBP ancora di più, perché la persona che soffre per il DBP ha tante cose e le porta con sé, sopra dietro di fianco e pure davanti a se, rallentandosi, inciampandosi e sbilanciandosi…ma arriva, arriva a noi, al momento e alle ore di incontro e dialogo e li dovremmo solleverarla dal peso della busta delle arancie, erchè anche se non fossero etichettate, sono un “peso”…se permettiamo alla persona con DBT di arrivare a noi con il suo peso, etichettato o no, le permettiamo di andarsene con ciò che è ed è tutto il carrello della spesa ancora vuoto, pronto per pensare decidere scegliere…
    le etichette deresponsabilizzano chi per primo ce le ha addosso perché non riscattano…
    le etichette rassicurano chi le da perchè rassicurano…

    se ci fermassimo a pensare che etichette ci potrebbe dare un BDP…saremmo etichettati come ignoranti, insensibili, frettolosi, teste di c… quando invece anche noi non DBT vorremmo “solo” avere un po’ di insensibilità, avere un po’ di ignoranza riguardo l’argomento, non avere pazienza…
    etichette diamo ed etichettati veniamo…

    facciamo che al supermercato relazionale ci andiamo con ciò che abbiamo e ce ne andiamo con ciò che siamo?
    Margherita-una mamma

  3. Ciao,complimenti per questo articolo, esprime in modo chiaro un aspetto di qsto disturbo, e da speranza a chi troppo spesso ci si identifica come se fosse il suo “essere”..potrei sapere dove hai trovato la costanza e la determinazione per farti curare e che tipo di psicoterapia hai seguito?
    Grazie

    1. Ciao Irene, grazie del tuo messaggio! Veramente non c’è voluta un gran costanza, per me era l’ultima spiaggia. Non ce la facevo più a vivere in quel modo: o risolvevo con la terapia o non c’erano altre alternative… Sono stata in cura al San Raffaele Turro con l’équipe del dottor Visintini. Un lavoro intensissimo e faticosissimo ma lo rifarei altre mille volte.

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