Emergenza Borderline

Malattia mentale: chi ne soffre riceve davvero un aiuto?

di Sara Previtali

Non so se il tema della malattia mentale sia effettivamente una delle storie sommerse, dimenticate, cui si vuole dar spazio in questa rivista. Mi è capitato di leggere qualche articolo a riguardo, soprattutto recentemente, dunque non si può dire che sia un argomento totalmente ignorato. Il problema non sta, quindi, nel fatto che non se ne parli. Il problema (grave) è come se ne parla.

Credo sia necessaria una premessa. Chi è che mi dà il diritto di affrontare un argomento così delicato, e soprattutto di farlo affermando che il modo in cui ne parlano/scrivono gli altri non è esattamente quello più corretto? Sono stata ricoverata sei volte negli ultimi due anni, in tre ospedali diversi. Ho frequentato per tre mesi un centro specializzato nei DCA. Ho cambiato una decina di psichiatri (e ancora non ho trovato quello giusto), e ora sono in cura presso un centro, dove finalmente ho trovato uno psicologo competente e ho potuto iniziare seriamente la mia terapia. Elencare i disturbi di cui soffro non credo serva. Il punto è che, essendo passata per tutte queste esperienze, mi sono fatta un’idea piuttosto chiara di come funzionino i reparti psichiatrici e di come lavorino i medici, e inoltre ho conosciuto tantissime altre persone che soffrono delle più svariate patologie, da lievi attacchi di panico alle peggiori forme di schizofrenia, e parlando e confrontandomi con loro il mio pensiero è stato confermato: attualmente la situazione (una precisazione: la mia conoscenza riguarda gli ospedali e i centri di Bergamo e Milano, ma qualcosa mi fa credere che non ci siano differenze significative rispetto al resto dell’Italia) è, a dir poco, tragica.

Ovviamente, nello spiegare il perché, mi baserò soprattutto sulla mia personale esperienza, ma cercherò di essere il più possibile oggettiva, e darò la parola anche al mio psicologo, S., che lavora a Bergamo presso un centro di Psicologia Clinica e gestisce una comunità che si occupa prevalentemente di disturbo borderline di personalità, in modo da avere una testimonianza da parte di chi tutti i giorni è a contatto con la malattia mentale, e che dal punto di vista medico-scientifico è sicuramente più informato di me.

I miei problemi sono iniziati circa due anni e mezzo fa. Sono sempre stata – mi è difficile trovare la parola giusta – melancolica, proprio nel senso che gli antichi conferivano al termine, ma avevo sempre pensato fosse un aspetto del mio carattere. Tuttavia, in quel periodo il tono dell’umore continuava a peggiorare e ho pensato che potesse trattarsi di una forma di depressione. Mi sono recata dal mio medico di base, gli ho spiegato brevemente la situazione e, senza tante domande, mi sono stati prescritti Paroxetina e Tavor (per i meno esperti: un antidepressivo e un ansiolitico). E già qui c’è qualcosa che non va. Il mio dottore avrebbe dovuto consigliarmi di consultare uno psichiatra, e non rifilarmi psicofarmaci come fossero Tachipirina. Però, devo ammettere che la cosa mi ha fatto comodo, io ero convinta di aver bisogno di quei farmaci, li ho ottenuti e stop, me ne sono proprio fregata della non correttezza del comportamento del medico. E ho fatto male, ovviamente. Ma questo l’ho scoperto tempo dopo, quando ormai era troppo tardi per sistemare il “danno”.

Comunque, ogni medicina ha i suoi effetti collaterali. Spesso gli antidepressivi portano ad ingrassare, a me è successa la cosa opposta: ho perso completamente l’appetito, mi pareva che qualsiasi cibo avesse lo stesso sapore, ho iniziato a mangiare sempre meno e di conseguenza sono dimagrita di non so esattamente quanti kg (mai avuta una bilancia in casa) nel giro di due settimane. Mia madre mi ha immediatamente spedita alla Clinica Palazzolo, specializzata nei disturbi del comportamento alimentare. Tre medici mi hanno fatto una sorta di valutazione e hanno concluso che io soffrissi di anoressia nervosa. Io ho provato a spiegare che tutto era cominciato quando avevo iniziato a prendere gli psicofarmaci, che io nemmeno ci pensavo a dimagrire (ok, ho sempre voluto essere bella e magra – credo sia il sogno di tutte le ragazze della mia età – ma non ho mai fatto niente per raggiungere questo obiettivo: niente diete, niente sport, niente di niente. Tant’è che quando la dietista mi ha chiesto quale pensavo dovesse essere il mio peso ideale io le ho risposto: “sinceramente non ci ho mai pensato”), ma è stato tutto inutile. Era come parlare ad un muro, mi dicevano: si giustificano tutte così, ne abbiamo viste tante [io già trovo offensive queste generalizzazioni, ma va be’], tu pensi sempre al cibo, lo sogni perfino, ma ti imponi di non mangiarlo perché blabla, altre mille cavolate. Quando io protestavo e dicevo che non era affatto così mi hanno diagnosticato un bel disturbo istrionico di personalità. Ci mancava solo quello. Fatto sta che alla mia prima visita pesavo 44 kg, dopo tre mesi di terapia con una psichiatra e di incontri con una dietista, che mi aveva imposto un piano alimentare e aveva coinvolto anche mia madre per essere sicura che non sgarrassi, sono arrivata a 40 kg. Ma a nessuno è venuto in mente di rivedere un attimo la diagnosi, no. Io e mia madre mentivamo, in realtà non seguivo le regole, perché non era assolutamente possibile che loro si fossero sbagliati. Alla fine sono stata gentilmente invitata a lasciare il centro (leggi: mi hanno cacciata a calci in c**o).

Potrei raccontare almeno altre quattro o cinque esperienze del genere, ma ve le risparmio. Dico solo che, stando a quello che mi hanno detto tutti gli psichiatri che ho visto finora, io soffrirei di: anoressia, bulimia, disturbo istrionico di personalità, disturbo narcisista di personalità, disturbo affettivo bipolare, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo antisociale, attacchi di panico, e pure di una forma di schizofrenia. Se avessi davvero tutti questi disturbi non sarei nemmeno in grado di scrivere questo articolo. Non penso servano altri commenti.

Il mio primo ricovero in SPDC, presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, non ha portato a risultati migliori. Appena arrivata mi è stato detto che avrei visto uno psichiatra tutti i giorni, avrei parlato con uno psicologo e avrei fatto una serie di visite. Tutto questo non è mai accaduto: in 20 giorni di permanenza in reparto avrò parlato in tutto quindici minuti con il mio psichiatra, in piedi sulla porta della mia stanza, con stampata in faccia quell’espressione che dice chiaramente “ma chi me lo fa fare di far finta di interessarmi ai problemi di questa matta”; mai visto uno psicologo, mai fatta alcuna visita. Due giorni prima delle mie dimissioni, non ho ancora capito per quale motivo, il mio dottore ha deciso di sostituirmi l’antidepressivo. Ora, sono due i motivi principali per cui uno viene ricoverato: o si trova in fase acuta e ha bisogno di un sostegno immediato, o deve cambiare la terapia farmacologica, e stare in osservazione minimo per una settimana per verificare la reazione alle nuove medicine. Due giorni non bastavano per vedere come il mio corpo avrebbe reagito, e infatti appena tornata a casa ho iniziato a stare malissimo, non mi reggevo praticamente in piedi, vomitavo, non percepivo alcune parti del mio corpo, continuavo a piangere. Tra l’altro, in ospedale avevo perso ancora peso ed ero arrivata a 38 kg. È chiaro che un medico non possa rifilare la stessa dose del farmaco X ad un uomo di 30 anni fisicamente ben messo e ad una ragazza 24enne sottopeso. Comunque, ormai ero fuori dall’ospedale e il mio punto d’appoggio era un altro centro. Dunque mi reco lì, accompagnata da mia madre, e mi sento dire: “stai ancora troppo male, sei in fase acuta, qui non ti possiamo aiutare, torna in pronto soccorso e vedi se ti ricoverano di nuovo”. Assurdo. Faccio ciò che mi dicono, fortunatamente trovo una psichiatra disposta ad ascoltarmi, che mi sostituisce l’antidepressivo, ma mi dice che in reparto non ci sono letti e mi propone un day hospital. Accetto (non avevo molte altre possibilità) e due giorni dopo mi presento in ospedale. Mi affidano di nuovo allo psichiatra che si era occupato di me (si fa per dire), che mi prescrive un altro antidepressivo. Qui mi fermo un attimo e spiego: tutte le volte che sono stata da un nuovo medico la terapia mi è stata cambiata, in questo caso specifico dopo soli due giorni. Perché? La risposta (purtroppo) è – mi spiace generalizzare, ma non ho ancora trovato qualcuno che si sia comportato in modo diverso – che non c’è collaborazione, ma competizione. Il mio collega ti ha prescritto questo? E io te lo cambio subito, perché non mi frega di vedere se funziona o no, ma semplicemente per una questione di principio: io sono migliore dell’altro medico, punto. In base a questa logica che, ripeto, accomuna tutti gli psichiatri con cui ho avuto a che fare, io in due anni ho cambiato almeno sei o sette antidepressivi, e non credo che la cosa mi abbia fatto bene, anzi.

Un altro aspetto che trovo a dir poco assurdo è il modo in cui vengono gestite le relazioni tra i pazienti. Appena due persone, soprattutto se sono maschio e femmina, iniziano a legare, vengono immediatamente separate, fino al punto di trasferire una delle due in un altro reparto. Mi è successo con una ragazzina che soffriva di anoressia (tra l’altro erano stati gli infermieri, inizialmente, a spingermi a parlare con lei, perché era molto timida e stava sempre da sola): da un giorno all’altro ci hanno separate e non abbiamo più avuto modo di vederci (una volta uscito dal reparto sei bandito per sempre, non puoi far visita a chi hai conosciuto, e questa la trovo una cosa veramente ingiusta). Fortunatamente abbiamo trovato un paio di infermieri gentili che ci hanno aiutato a scambiarci delle lettere, ma in seguito sono venuta a sapere che, una volta che i dottori hanno scoperto la cosa, hanno preteso di leggere ciò che scrivevamo, prima di farcelo recapitare. Violazione della privacy bella e buona.

Lo stesso atteggiamento l’ho riscontrato all’ospedale San Raffaele-Ville Turro. Un giorno mi trovavo nella stanza di un mio amico, io seduta sul letto a compilare i miei test sui disturbi di personalità, lui a due metri di distanza, seduto alla scrivania a disegnare. Appena l’infermiere se ne è accorto mi ha ordinato di tornare nella mia camera, e da quel momento ci hanno impedito di mangiare allo stesso tavolo. Io facevo ancora parecchia fatica a mangiare in quel periodo, e sedermi vicino a quel ragazzo mi stava aiutando a migliorare da quel punto di vista, chiacchierando con lui mi distraevo e finivo per mangiare pure le cose che non mi piacevano. Lo facevo anche perché lo vedevo seriamente preoccupato per il mio peso e non volevo lo fosse, aveva il suo disturbo a cui pensare, non volevo fosse triste anche a causa mia. Ho cercato di spiegarlo agli infermieri, ma davanti a me ho trovato il solito muro. Addirittura, un infermiere mi ha detto che erano stati i dottori a prendere questa decisione, cosa smentita sia dalla mia psichiatra che dal suo.

So bene che alcune persone, soprattutto se soffrono dello stesso disturbo, potrebbero influenzarsi negativamente, dunque è normale tenere “monitorato” il loro rapporto. Ma cosa può succedere di male se io divento amica di un ragazzo malato di DOC? Come ho detto, la sua vicinanza mi stava aiutando, e anche io, in qualche modo, stavo aiutando lui. Lo chiedo a S., per sapere anche come l’aspetto “relazioni tra pazienti” viene gestito nella sua comunità.

Non può esserci una prassi o un meto-dosnel gestire le “relazioni tra i pazienti” in una comunità. È come chiedere ad un padre di famiglia se mi insegna a gestire le relazioni tra i fratelli… E mi scrive una prassi! Ci si trova “lungo la via” (appunto, meto-dos), nell’apprendere dall’esperienza co-costruita in un contenitore che poi chiamiamo comunità, SPDC o famiglia. In comunità alcuni pazienti, sotto il mio “monitoraggio”, possono fare richiesta di un permesso insieme, a casa di uno dei due, ma questo non può essere indicato per tutto il ventaglio di dolore e sofferenza che si intreccia nel con-vivere lo stesso spazio e un pezzetto di “via”… E a volte, purtroppo o per fortuna, nella differenza di punti di vista non sempre il curante si trova d’accordo con chi è lì al suo fianco.

Comunque, sinceramente la mia esperienza lì non è stata così pessima: eravamo molto più liberi, potevamo fare passeggiate in cortile, andare al bar, insomma, non sembrava di essere in prigione (al contrario di Bergamo). E, cosa più importante, lì vedevo davvero tutti i giorni la mia psichiatra (bravissima), mi hanno fatto incontrare due psicologhe, ho fatto i test e finalmente ho avuto la mia diagnosi: disturbo borderline di personalità.

Mi rivolgo di nuovo a S. e gli chiedo: ma è veramente così difficile diagnosticare un disturbo di personalità? In fondo, è bastato farmi compilare dei questionari. Come mai a Bergamo non hanno fatto niente del genere?

Da un’analisi della siglatura di risposte relativa ad un questionario, se opportunamente formato, si può arrivare a stilare una diagnosi di disturbo di personalità… Come attraverso un’intervista strutturata tipo Otto Kernberg, secondo il modello della McWilliams, si può altresì arrivare ad una diagnosi, pur senza utilizzare un questionario. Dipende dal vertice teorico che il clinico utilizza o dalla sua formazione la scelta dell’una o dell’altra tecnica. Ad ogni modo, la diagnosi è un processo dinamico, che può subire, nel corso della “via” (apprendere dall’esperienza), trasformazioni a differenti livelli.

In realtà, l’aver dato un nome, un’etichetta ai miei problemi non ha cambiato di molto la situazione. I disturbi di personalità sono abbastanza difficili da trattare, non nel senso che siano più gravi di altri, ma semplicemente perché non esistono farmaci specifici, tutto si basa sulla psicoterapia, che, come tutti possono immaginare, non è un percorso facile e può durare anni. Al San Raffaele hanno realizzato una forma di day hospital apposta per questo tipo di patologia e io sono stata inserita nel programma, che sarebbe iniziato circa un mese dopo (verso settembre).

Qualche giorno dopo le mie dimissioni, è stato dimesso anche un mio amico. Soffriva di depressione e ipocondria (era convinto di avere un tumore). Circa due settimane dopo aver lasciato l’ospedale si è buttato da un ponte ed è morto. Non vorrei nemmeno parlarne perché la cosa mi fa stare malissimo (mi hanno detto che non ho elaborato il lutto, ok, ma nessuno mi ha aiutata a farlo…), ma una cosa mi sento in dovere di dirla: era evidente che quel ragazzo stava male, era evidente che non poteva tornare così a vivere la sua vita, era evidente che non era ancora giunto il momento di dimetterlo. Lo sapevamo tutti, noi pazienti che l’avevamo conosciuto, lo si capiva solo guardandolo negli occhi. Possibile che i medici non lo sapessero? La mia risposta la potete intuire facilmente. Fatto sta che io sono ripiombata in depressione, non mi sono alzata dal letto per tre mesi. Non ho potuto cominciare il day hospital perché – mi hanno detto – finché il mio umore non fosse tornato a livelli accettabili non mi sarebbe servito a nulla, e inoltre avrei influenzato negativamente il percorso degli altri “malati” (c’erano sedute di gruppo). La cosa più grave però, quella che ancora oggi mi blocca nella mia terapia, è che io da quel momento ho perso completamente la fiducia (già scarsa, lo ammetto) nelle capacità degli psichiatri. Niente e nessuno mi farà cambiare idea: la colpa della morte di F. è loro. Sono loro che l’hanno spinto da quel ponte.

Ho interrotto, anzi non ho mai davvero cominciato, il mio percorso a Ville Turro e sono andata avanti per un po’ senza vedere medici. Sono finita in ospedale altre due volte, ho tentato il suicidio, ho visto nuovi dottori, l’ho ritentato, un altro anno così, dentro e fuori dall’ospedale. Se dovessi parlare di tutte le cose che non vanno finirei per scrivere un libro, quindi racconterò solo del mio ultimo ricovero, all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Sono finita lì perché una notte – mi trovavo a Milano – ho tentato di tagliarmi le vene con una lametta. Ho scoperto che non è così semplice come ci hanno fatto credere vari film. Oltre ad alcune vene, mi sono lacerata un nervo, dolore atroce, e non sono più riuscita ad andare avanti. Avevo perso un sacco di sangue, ma sapevo che non era abbastanza per morire. Ho chiamato un’ambulanza, mi hanno portata al Policlinico per suturarmi le ferite e mi hanno fatta valutare da una psichiatra. Devo ammettere che è stata molto comprensiva, però ha detto che dopo un gesto del genere non poteva lasciarmi andare così, due o tre giorni in ospedale li avrei dovuti passare. L’unico posto disponibile (tra tutti gli ospedali di Bergamo, Brescia e Milano) era al FBF. Conosco due ragazze che sono state ricoverate lì per un po’ e mi hanno raccontato cose assurde, da denuncia, non le riporto perché comunque non le ho vissute personalmente e non posso avere la certezza assoluta, ma tutto ciò che mi è successo durante la settimana in cui sono rimasta lì mi ha fatto pensare che non erano per niente inverosimili.

Innanzitutto, appena arrivata mi ha accolta uno psichiatra che mi ha detto: “vediamo di sbrigarcela in fretta che tra cinque minuti finisco il turno”. Si è messo a scrivere non so che senza dirmi altro, senza farmi alcuna domanda. Mi è venuta una nausea tremenda e ho chiesto se potevo andare in bagno, anche accompagnata da lui, perché dovevo rimettere. “Aspetta cinque minuti”. La scena si è ripetuta tre volte. Dopo circa un quarto d’ora si è alzato, mi ha detto di seguirlo, io pensavo mi stesse accompagnando in bagno, invece mi stava portando in un altro edificio. Risultato: ho vomitato per strada (lui nemmeno se ne è accorto). Io non auguro a nessuno di mettere mai piede nel reparto di psichiatria. Sembra costruito apposta per annullare la dignità delle persone. Zero privacy: un solo bagno per tutte le femmine, uno solo per i maschi, con porte che rimangono aperte (le porte sono ad altezza Hobbit, chiunque passi ti può vedere seduto sul cesso), una sola doccia, un solo bidet. Non sono riuscita a fare pipì per due giorni. Essendo tutta fasciata non potevo fare la doccia, dovevo lavarmi a pezzi, ma il bidet era messo in una posizione in cui tutti mi avrebbero potuta vedere. Mi sono lavata per una settimana con le salviette intime. Mi è stato confermato da alcune infermiere, come se fosse la cosa più normale del mondo, che i pazienti troppo agitati venivano legati al letto con delle cinghie. Mi hanno fatto un TSO, senza avere gli elementi per farlo (lo dico perché sono riuscita a parlarne poi con una psicologa, che ha confermato ciò che pensavo), accusandomi di non voler prendere le medicine e di non mangiare (la mia terapia l’avevo già presa al Policlinico prima di arrivare, e mia madre mi aveva portato del cibo), quando ho chiesto che altro medico avevano consultato (ci vogliono due pareri per attuare un trattamento obbligatorio) non mi hanno risposto. Io volevo fare ricorso, ma i miei me lo hanno impedito. “Guarda in faccia la realtà: una ragazza con un disturbo mentale contro un ospedale, cosa pensi di ottenere?”. Me ne sono stata zitta e ho lasciato perdere. Fino ad ora, dato che mi è stata concessa la possibilità di scrivere questo articolo e denunciare le cose che non vanno.

Indipendentemente da ospedali e medici, c’è qualcosa che non funziona e riguarda la legge. Perché il paziente deve pagare per ottenere la sua cartella clinica? Non ha diritto di sapere il parere dei dottori, la terapia che gli hanno prescritto, ecc.? Soprattutto per quanto riguarda la malattia mentale, a volte sei talmente sedato che nemmeno ti ricordi come ti chiami, figuriamoci i nomi dei farmaci.

Forse sono ingenua io, ma credevo che ogni psichiatra o psicologo, prima di iniziare la propria attività (e anche durante), si dovesse sottoporre ad una terapia (questa convinzione in realtà mi deriva da In treatment, un telefilm americano, ma la consideravo una cosa scontata: devi assicurarti di essere “sano” – non mi piace usare questi termini, sano/malato, li utilizzo semplicemente per spiegarmi in modo chiaro – e di aver risolto alcuni problemi prima di metterti a risolvere quelli degli altri).

Tutti questi miei dubbi e domande li rivolgo a S., che potrà anche smentire alcune mie convinzioni, abbiamo spesso parlato della situazione di chi è affetto da un disturbo di personalità, ma poco del sistema psichiatrico in generale, di ospedali, cliniche, comunità. Magari in Italia non fa tutto schifo come sembra (a me), magari ci sono altre possibilità per chi soffre di una malattia mentale.

La terapia non è obbligatoria per nessuno psichiatra, solo per alcune scuole di psicoterapia…

Ritengo che un percorso psicoterapeutico di analisi didattica e personale individuale per l’aspirante psicoterapeuta sia un buon modo per poter vivere più empaticamente le frequenze che possono circolare all’interno di un percorso che poi lui avrebbe nel ruolo di curante.

Questo riguarda prevalentemente la figura dello psicoterapeuta, perché potrebbe essere coinvolto in modo molto profondo, e con vissuti anche personali che non dovrebbero entrare nel campo analitico.

Non sono, però, al corrente del perché le varie scuole di psicoterapia non abbiano ancora trovato un accordo in tal senso.

Differente, invece, potrebbe essere la figura dello psichiatra, in quanto negli ultimi anni di specializzazione vive direttamente il paziente nelle corsie di reparto e ha un confronto diretto con le persone che hanno già raggiunto il ruolo auspicato.

Su questo punto mi trovo in disaccordo con S. Non basta stare in reparto ed affiancare uno psichiatra, fosse anche il migliore del mondo. Ciò che un futuro psichiatra deve fare, secondo me, non è osservare il lavoro degli altri, per quanto possa essere coinvolto e partecipe, ma lavorare su se stesso. Banalmente, bisogna verificare in qualche modo che colui che avrà il compito di curare i “malati” non sia malato a sua volta. A me sembra un concetto semplicissimo: se io, per qualche motivo, non sto bene con me stesso, non posso stare bene con gli altri e, soprattutto, far sì che gli altri stiano bene. E sinceramente mi viene anche un po’ da ridere, ma di un riso amaro, perché questa è esattamente la frase che ogni psichiatra continua a ripeterti. Ora, non voglio passare per quella saccente, che ne sa più dei medici o cose di questo tipo, ma so di certo (perché è evidente, perché mi sono confrontata con persone che reputo intelligenti e ho scoperto che la pensano allo stesso modo) che l’ultimo psichiatra presso il quale sono stata in cura (per circa un anno) soffre di un disturbo narcisistico di personalità. Comportamenti arroganti e presuntuosi, senso grandioso del sé (non faceva altro che criticare i suoi colleghi, ripeteva continuamente di essere “il migliore”, testuali parole), fantasie di potere e successo illimitati, carenza di empatia (un giorno mi ha detto: “ma ti rendi conto che negli ultimi due anni non hai combinato niente?”. A me. A me che sono borderline, che ho zero autostima, che mi considero un fallimento, uno spreco di soldi e tempo per la mia famiglia, perché, appunto, da quando si è manifestata la mia malattia non sono più riuscita a fare niente, non riesco a studiare, non riesco a lavorare, a volte non riesco proprio a mettere piede fuori di casa). Questo è quello che ho dovuto sopportare. Non me ne sono resa conto subito, anzi inizialmente io ero affascinata dalla sua sicurezza, dal suo atteggiamento sprezzante verso gli altri, dal suo “tirarsela”, in poche parole. Lo stimavo (per chi non lo sa, l’idealizzazione è tipica del mio disturbo, caratterizza tutti i miei rapporti personali, chiaramente rendendoli non sani. Quando mi succede con un ragazzo, ad esempio, per me tutto ciò che esce dalla sua bocca è oro colato, sono disposta a fare di tutto per lui, lui che ha sempre ragione, lui che si comporta sempre nel modo giusto, lui che se mi tratta da schifo fa bene, perché io sono inferiore, e quindi me lo merito). Ma alla fine, confrontandomi con altre persone, riflettendo, rianalizzando a casa ogni seduta, mi sono resa finalmente conto di essermi sbagliata, mi sono accorta del suo essere poco professionale, del fatto che non riuscisse a mettere da parte i suoi pensieri per dedicarsi totalmente a me e ai miei problemi, del fatto che ogni incontro andava bene o male (cioè, io secondo lui miglioravo o peggioravo) a seconda del suo umore. Dopo l’ultima tragica seduta, durante la quale si è comportato per l’ennesima volta in modo irrispettoso (non solo nei miei confronti, ma anche con mia madre) e ha insinuato che io “manipolassi la verità, esattamente come tutte le borderline” (davanti a questa affermazione pure il mio psicologo è rimasto spiazzato), ho finalmente aperto gli occhi e ho deciso di rivolgermi ad un’altra persona (che sto ancora cercando). Ma ciò a cui non riesco a smettere di pensare non è tanto il tempo (e il denaro) sprecato in una terapia che non mi ha portato alcun beneficio. Io penso agli altri suoi pazienti, a quelli che hanno un disturbo più grave del mio, a quelli che non hanno la forza di dire “no, così non si può andare avanti” per timore della sua reazione, e soprattutto a quelli che nemmeno si rendono conto di come stanno le cose. Cosa ne sarà di loro? Non potranno far altro che peggiorare (e si vedranno pure attribuita la colpa di questo loro continuo peggioramento).

Alla fine di questa sorta di intervista a S. (a dire il vero aveva avanzato dei dubbi appena avevo iniziato a scrivere l’articolo), è lui a domandarmi qualcosa: perché faccio tutto questo? Qual è il mio obiettivo? Penso di ottenere qualcosa rendendo pubblico ciò che mi è successo? O forse (e qui tenta di psicanalizzarmi, perché non dimentica il suo ruolo nemmeno quando lavoriamo a qualcosa che non c’entra strettamente con le nostre sedute) è solo un modo per buttare fuori tutta la rabbia che ho dentro, per vendicarmi dei medici che non si sono comportati come avrei voluto, per “sputtanare” qualcuno? Ci rifletto, e sì, credo che sia anche per questo (nonostante ciò non ho mai fatto nomi, non faccio nemmeno il suo e quelli del centro e della comunità in cui lavora), ma non solo. Ciò che ho scritto è chiaramente un articolo di denuncia: voglio denunciare una certa situazione. Ma è soprattutto un articolo di informazione, che mi auguro venga letto in particolare da quei giovani che stanno studiando per lavorare in questo campo. Spero che prendano coscienza del fatto che le cose non funzionino come dovrebbero, e che si apra (almeno tra loro, perché non penso, alla luce delle mie esperienze, che se uno dei dottori con cui ho avuto a che fare leggesse le mie parole si farebbe un esame di coscienza e si mettesse un po’ in dubbio) un dibattito costruttivo, proprio a partire dalle università. Forse è questo l’unico modo (anche se certamente lungo, faticoso, pieno di ostacoli) affinché l’argomento “malattia mentale” non sia più un tabù, non sia più “sommerso”, come dicevo all’inizio, ma venga a galla e richiami con forza tutta l’attenzione che si merita. Una questione così delicata, che coinvolge la vita di moltissime persone (non solo i “malati”, ma anche le loro famiglie, i loro amici e conoscenti), davvero non può passare sotto silenzio. Non mi illudo di ottenere tutto e subito, anzi il mio pessimismo mi porta a pensare che le mie parole finiranno presto nel dimenticatoio, o non raggiungeranno mai le persone cui sono destinate. Posso però concedere a me stessa di sperare che qualcuno comprenda il disagio che ogni paziente prova, e che di conseguenza, anche se concretamente non ha modo di cambiare la situazione, cerchi di comportarsi con un po’ più di umanità e sensibilità, in modo che chi soffre non sia portato ad identificarsi con la sua malattia, ma si ricordi sempre di essere, innanzitutto, una persona, un essere umano con la sua dignità, i suoi diritti, le sue opinioni e i suoi pensieri. Opinioni e pensieri che hanno ragione di essere espressi e ascoltati, e non annullati dall’inviolabile autorità del medico e da qualche psicofarmaco di troppo.

5 thoughts on “Malattia mentale: chi ne soffre riceve davvero un aiuto?

  1. buongiorno,
    ho letto tutto l’articolo e non so se la mia risposta arriverà a chi lo ha scritto…posso solo concludere scrivendo che “scrivere fa bene” e consiglio all’autrice di farlo…a prescindere dal vero o falso, dal giusto o dal corretto, dalla invettiva o dalla propositività…scrivere fa bene e non mi stupisco che lo psicologo abbia sostenuto e integrato questa iniziativa “terapeutica”…
    poi sulla relazione d’aiuto, sul rapporto medico-pz, da famigliare e operatore potrei anche io scrivere…ma sono sempre più convinta che nessuna relazione può essere autentica se non lo siamo prima noi, con noi stessi…in bocca al lupo

  2. Grazie. E’ un articolo illuminante, e terribile. La consapevolezza dell’inanità, della presunzione, dell’inefficienza inconsapevole e quella, peggiore, consapevole, di molti addetti ai lavori nel campo psichiatrico, è resa in modo semplice e chiaro, e arriva come un pugno allo stomaco a chi ha un suo caro che soffre del medesimo disturbo. Ancora grazie per questa testimonianza, molto più utile di molti degli incontri fatti con alcuni neuropsichiatri, alcuni addirittura “primari” del reparto. Uno di questi, una donna, ricorda terribilmente da vicino il medico da te diagnosticato con un disturbo narcisistico della personalità: sento ancora l’eco del suo pungo sul tavolo e la sua affermazione che gli altri non avevano capito nulla, salvo poi fare una diagnosi completamente sbagliata…. Ed infine, terribile il fatto che non esista un accordo tra le scuole di psichiatria per istituire un sistema di certificazione che attesti che il medico che ti sta valutando sia psicologicamente idoneo…. Tanti auguri per il futuro, spero di poter usare al meglio l’aiuto che ci hai dato con questo tuo articolo

  3. Desidero ringraziare moltissimo Sara, da padre di una giovane donna (e mamma) DBP. E’ difficile, per la cosiddetta società, accettare che sia essa stessa all’origine di comportamenti “professionali” come stigmatizzato nell’articolo. Ed è difficile accettare con semplicità chi soffre, senza andare a caccia di colpevoli o formulare fantasiose ipotesi per coprirci.
    Probabilmente un clinico, che deve resistere allo scoperchiamento della sofferenza di chi si rivolge a lui, avrà fior di anticorpi, che ne renderanno poco condivisibile il comportamento; però credo che non si debba mai e poi mai abbandonare quel filo che comunque ci unisce, che fa supplicare di condividere la sofferenza, specie quella che non si vede o che è letta come manipolazione, falsità, ricatto morale o altre etichette che ci inventiamo per nasconderla.
    Spero proprio che iniziative come quella di Emergenza Borderline possano aiutare la nostra società a modificarsi e ad accettare quelle forme di dolore che tanto la scandalizzano.
    Grazie Sara per la bellissima testimonianza!

  4. Da giovane ragazzo, futuro terapeuta – ancora studio – tenevo molto a ringraziarti per questa tua testimonianza. Farò tesoro delle tue parole. Un abbraccio, Giuseppe

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