Emergenza Borderline

‘Non ce la fa chi non ce la vuole fare’. Cosa non pensare di chi ha un disturbo di personalità.

L’idea di questo post è nata da una discussione con i genitori che frequento tramite Facebook e che sono una grandissima fonte di ispirazione. A volte senza rendersene conto dicono cose per me molto dolorose, che mi ricordano i giudizi che io stessa ho affrontato in prima persona. In particolare dopo il post di due settimane fa (che potete leggere qui: Emergenza Borderline: ma chi te lo ha fatto fare?!) si è aperta una discussione piuttosto accesa ma che ha una convinzione comune cioè che una persona con disturbo di personalità tendenzialmente non abbia forza di carattere sufficiente a poter lavorare con successo sul disturbo. Quando ho fatto notare che io sono una di quelle persone mi è stato risposto (allarme invalidazione!!!) che la mia sofferenza era diversa da quella degli altri. Sottintendendo probabilmente che il mio caso non era poi così grave.

Invalidazione = confutare il sentito emotivo di una persona sulla base del proprio.

Parto da me: io sono tendenzialmente una fifona e quando sto male, oltre ad essere noiosissima divento ipocondriaca. Ho paura di vomitare, quando ho avuto il primo attacco di panico e ho vomitato avevo già capito che non poteva continuare. Ho cercato il primo aiuto psicologico a 17 anni, l’ho trovato ma è andato bene per un paio d’anni poi ho capito che la terapeuta non ci stava capendo niente. Stavo male e non volevo più stare male ci ho messo 10 anni a trovare il percorso giusto ma sono riuscita.

Facciamo un altro esempio (di fantasia): Gino sta tutto il giorno in casa senza far niente, risponde male, ha smesso di studiare, non vuole lavorare e esce la sera con gli amici o passa la notte davanti al computer, di conseguenza di giorno dorme. Sta male e ogni tanto lo dice ma seda il suo dolore con il pc, la tv e qualche uscita. I genitori non sopportano questa situazione e lo spingono ad andare in terapia, sono riusciti a fargli fare una diagnosi e anche lui ha il disturbo borderline ma a andare in terapia non ci pensa proprio.

Chi è stato più bravo? Io o Gino? La risposta è: entrambi. Tutti e due abbiamo fatto quello che ci faceva stare meglio e che ci aiutava a gestire il dolore che sentivamo. Come dice la mia amica Ilaria* la definizione primaria di disturbo di personalità è: “una condizione che fa soffrire se stessi o gli altri”. In questa frase c’è il motivo per il quale a volte non si vuole andare in terapia. Detta in soldoni: se è una tua idea allora lo fai, ci vai. Se devi andare in analisi perché dai fastidio a mamma e a papà, no. È semplice.

Se i genitori di Gino però si sentono molto frustrati dal comportamento del figlio sarebbe il caso che fossero loro i primi a intraprendere un percorso terapeutico e non lo dico polemicamente. La psicologia è una scienza non un’attività casuale di volontariato, se può fare bene ai figli allora può fare altrettanto bene ai genitori.

Sai come creare una personalità disturbata? Critiche costanti e carenza di affetto” (Cal Lightman, Lie to me, Stagione3)

Genitori, evitate di entrare in un rapporto di forza con i figli! Una cosa del tipo: sei bravo se fai quello che voglio, altrimenti no. E fate attenzione, ché questa cosa può avere la faccia di pensieri sensatissimi ‘è importante studiare, io la sto solo spronando‘, ‘non deve rispondere male, devo raddrizzarlo‘, ‘la vita è dura, deve imparare a tenersi un lavoro‘. Non sto dicendo che lo facciate di proposito, anzi è un meccanismo piuttosto automatico, poco consapevole ma è comunque quello che accade. Chi ci ha insegnato questo metodo? Non è tanto questo l’importante quanto invece è decisivo riconoscere che non è un buon metodo e che possiamo, anzi dobbiamo, farne a meno, cambiare rotta e iniziare a rispettare l’interiorità e i tempi dell’altro senza imporre i nostri.

“Ma anche mio padre e mia madre sono stati duri e io non ho sviluppato il disturbo”

Buon per te, peccato che qui non stiamo facendo una gara a chi è stato trattato peggio ma ne è uscito meglio. Quale sarebbe il premio? Qui si parla della possibilità di sostenere qualcuno che amiamo profondamente e con il quale non stiamo riuscendo ad avere un buon rapporto. Torno a questo punto al titolo del post perché il primo consiglio pratico che darei a chi si trova nella situazione di uno dei miei genitori di Facebook è di evitare in qualsiasi modo il confronto, ogni persona è un universo a sè che ha il diritto di non dover entrare in competizione per vedersi riconosciuto.

*(psicoterapeuta DBT e GET® tostissima)

12 pensieri su “‘Non ce la fa chi non ce la vuole fare’. Cosa non pensare di chi ha un disturbo di personalità.

  1. Carissima Federica, anche con questo post non scherzi!
    Purtroppo lo stigma sociale è quello che ci trascina a valutare con un metro “socialmente accettabile” il comportamento di una persona che ha delle vie precluse dal disturbo; però, se il disturbo è sconosciuto, misterioso, incomprensibile, la persona genera un “prodotto” insoddisfacente.
    Se sono in piedi su un autobus gremito di gente chiassosa, e la signora di fianco a me caccia un urlo, istintivamente potrei lamentarmi per il fastidio, trascurando del tutto la possibilità reale che sia stato qualcuno (o io stesso) a pestarle un piede, causando così la sua reazione. E’ molto facile cadere in equivoci come questo, specie se si hanno delle aspettative “da genitore” verso il figlio che sta tutto il giorno a letto, o che ha comportamenti disfunzionali.

    In un vecchio post scrivevi una cosa che mi ha colpito molto: la persona DBP dà fastidio, per cui un suo possibile percorso di cura ha come scopo primario il far contenti gli altri, stanchi di preoccuparsi per lei. E questo contrasta le opportunità di cura, agendo sulla motivazione.

    Confronto, dialogo, curiosità e desiderio di imparare: queste sarebbero le cose da coltivare quotidianamente.
    Quando vedo sempre più persone per strada con gli auricolari nelle orecchie, monumento all’incomunicabilità sociale, mi viene un nervoso mica male, proprio per questa ragione. Il dialogo si riduce e viene gradualmente sostituito dai post sui social, affermazioni incontrollate delle proprie opinioni, con sempre meno ascolto e analisi delle situazioni affrontate o vissute: non ci si mette in gioco, bensì si annuncia ai quattro venti la propria visione, assunta come inattaccabile, delle cose. Da questa condizione al passare ad appioppare etichette ci vuole niente.

    Ai corsi di Family Connections sono tanti i familiari che, una volta avviato il cammino sulla conoscenza del disturbo, osservano che bisognerebbe insegnare questi principi base a tutti i neo-genitori. Se così fosse, potrebbe essere un notevole aiuto, sebbene affidato alla volontà del singolo che deve accettare di avere qualcosa da imparare, e questo non è un principio molto popolare. Del resto, credo che sarebbe molto più efficace continuare nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, iniziando proprio dalla sanità: troppo di frequente il DBP finisce nel “contenitore dei disturbi strani” e non si va oltre.

    Buona giornata!
    Luca

    1. Grazie del tuo commento Luca! In particolare mi ha colpito questo tuo passaggio:
      “In un vecchio post scrivevi una cosa che mi ha colpito molto: la persona DBP dà fastidio, per cui un suo possibile percorso di cura ha come scopo primario il far contenti gli altri, stanchi di preoccuparsi per lei. E questo contrasta le opportunità di cura, agendo sulla motivazione”

      In effetti è un punto sul quale sto riflettendo molto ultimamente, mi piacerebbe parlarne all’incontro di sabato a Bologna, me lo ricorderesti per favore? Riguardo il concetto di guarigione 🙂 Grazie in anticipo per l’aiuto!

  2. Bellissimo articolo. Conciso, semplice ed efficace. Mi piace quando si parla del rapporto genitori-figli in modo costruttivo. Ho apprezzato lo sprone ad andare in terapia quando un figlio “crea problemi” perché alleggerisce l’idea che il problema sia concentrato su un singolo individuo. In realtà il problema è legato appunto all’interazione ed è di più ampio respiro.

    1. Grazie Francesca! Il tuo commento mi fa tantissimo piacere. Hai ragione, il disturbo borderline è un disturbo delle relazioni, secondo me è corretto parlare di tutto il contesto senza puntare i riflettori solo su una persona.

  3. Cara Federica,
    Grazie per questo post che mi sembra scritto per me! Sono la mamma di una diciottenne meravigliosa e complicata cui è stata fatta una diagnosi precoce a 13 anni. Ritengo che siamesi state estremamente fortunate all’inizio perché sin dal primo ricovero per gravi atti autolesivi l’equipe del dott. Vicari al Bambin Gesù di Roma ci ha illuminato su cosa spingeva la ragazzina a comportarsi così. Da allora ne abbiamo fatta di strada, lei è seguita da una dottoressa molto paziente, e anche io ho intrapreso un percorso psicoterapeutico per poter capire meglio mia figlia e soprattutto per smettere di giudicare i suoi comportamenti. Certo, non è semplice, a volte mi arrabbio, soprattutto con me stessa, quando grida per strada o si scaglia contro chiunque oppure passa giornate a letto; ma come mi è stato detto dalla sua psichiatra, Benedetta non è solo questo, ma è tanto altro! È una ragazza sensibile, amante dell’arte e dei bambini, che vuole trovare il modo di stare bene, e ha bisogno di avere la certezza che io ci sono sempre! Il problema è ovviamente nelle altre figure di riferimento, come a scuola o alla ASL, soprattutto ora che è maggiorenne. Io non mollo, perché sono certa che anche lei troverà la sua strada, magari con più fatica rispetto ai suoi fratelli, ma la troverà! Grazie per condividere con gli altri la tua esperienza, è preziosa!

    1. Ciao Elena,
      grazie del tuo commento. Grazie anche di averci raccontato la vostra storia e il vostro percorso. Mi rende felice sapere che siete stati presi in carico da una struttura che sa come affrontare la vostra situazione. Vi auguro tutto il bene possibile e un grosso in bocca al lupo a Benedetta!

  4. Federica, l’articolo è bello e fonte di ispirazione. Noi si ha a che fare con un 23 enne che non studia, non lavora, fuma quantità industriali di canapa a spese nostre (legale e legalmente prescritta). e non ne vuole sapere di curarsi; e che facciamo?

    1. Andiamo noi in terapia? Tu dici evitare il confronto? Quindi i genitori di “Gino” dovrebbero abbozzare, sopportare, pagare e tacere. Solo che noi di figli ne abbiamo altri due e possibile che tutte le nostre sostsnze vengano risucchiate da questo, che in più non si vuole nemmeno non dico curare ma neppure far diagnosticare “tanto io lo so cosa ho e non mi serve niente solo la canapa”. Io non lo so sai Federica ma qualcosa qui non torna. Noi siamo i genitori di “Gino” e il nostro Gino ha scelto come terapia del dolore la canapa. E non lavora non studia in più è rabbioso aggressivo verbalmente e ci tratta a pezza da piedi. E se proviamo non dico a reagire ma anche solo s chiedere perché mi insulti io non l’ho fatto con te, allora si scatena il finimondo e non lo facciamo alla fine per proteggere lui da se stesso. Ma dove andiamo così? Che futuro abbiamo qui, noi tutti, nella nostra famiglia? Adesso mi andrò a guardare quel post di cui parlavi qui sopra. Perché anche io sarei tentato dal dire che c’è disturbo e disturbo. E chi non si vuole far curare non merita niente da noi.

      1. Ciao Andrea, grazie per la fiducia ma io non sono un terapeuta quindi non dico proprio niente. Se tu senti che stai abbozzando non c’entra nulla quello che ho scritto io. Tutto quello che posto è un suggerimento per una lettura diversa e più consapevole delle cose, è il lettore che fa il resto. Da quello che dici per esempio mi viene da rispondere che le vostre sostanze non vengono risucchiate da vostro figlio che ma siete voi che accondiscendete a comprargli la cannabis nella speranza che questo ve lo renda meno difficile da gestire. Secondo me in questo modo alimentate qualunque ‘cosa’ vostro figlio abbia visto che come dici tu non vuole farsi diagnosticare. Sì, per me dovreste andare anche voi in terapia e te lo dico perché ci conosciamo – dato che hai anche il mio numero e lo usi – perché credo sarebbe importante per voi capire come mai questo rapporto proprio con lui è così simbiotico, perché non potete dirgli mai di no, perché dovete sempre evitargli ogni dispiacere, salvo poi chiedevi come mai non abbia le spalle abbastanza larghe da affrontare la vita senza di voi. Sono diretta, sì e lo sai bene ma ancora una volta, i miei sono spunti, sta a voi capire come usarli. Ciao!

        1. Ciao Federica, ti devo ringraziare per i tuoi commenti, che mi piacciano o no. Ci dobbiamo riflettere. So come sei fatta e che sei molto diretta. E tu sai che lo sono non meno di te, e ci sta bene così, no? Ad ogni modo il 29 siamo o dovremmo essere di ritorno a Milano.
          Vedremo.

  5. Nell’articolo Federica e’ spunto di riflessione e aiuto per un rapporto consapevole e costruttivo con tutti i figli borderline e no. Grazie

  6. Quasi sempre il disturbo borderline (o altro disturbo di personalità) viene associato alla giovane età e al rapporto con i genitori. Quasi mai si parla di borderline adulti ed all’interno di un rapporto col coniuge ed i figli. Perché? Forse soli i giovani hanno diritto all’attenzione ai loro disturbi? Ed i familiari di un borderline adulto (coniuge e figli) non hanno forse bisogno di aiuto? Ebbene sì, oltre agli eroici genitori, cui va tutto il mio affetto e la mia solidarietà, anche qualche marito ha il fegato di condividere la vita con una persona borderline senza scappare, anche perché comunque deve tutelare i figli, il coniuge e se stesso, se possibile!

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