Emergenza Borderline

I professionisti e il paziente borderline: l’abbandono nell’abbandono.

Chi riceve la diagnosi di disturbo borderline non è un paziente difficile ma un paziente sfortunato. I servizi non sono dalla sua parte e la prova è nero su bianco in tutta una serie di studi sul tema. Il famoso giornale americano Time ha dedicato un articolo a questo nel lontano 2009 nel quale si parlava del DBP come la diagnosi che “spaventa maggiormente i terapeuti”. Nel 2013 la psichiatra Gabriela Balf tornava sull’argomento all’Università di Yale durante la 9° conferenza del NEA-BPD e raccontava come i suoi insegnanti sconsigliassero gli studenti a prendere in cura questi pazienti giudicati irrecuperabili. L’ultimo articolo di denuncia che ho collezionato a riguardo è della psicoterapeuta inglese Jay Watts che si chiedeva come si potesse chiedere a un paziente di fidarsi di un sistema che non si fidava di lui, pubblicato a luglio 2018 su The Independent.

Le criticità

2009 – 2018. Sono passati quasi 10 anni eppure la percezione è la stessa: quella di una frattura tra terapeuta e paziente. Gli psichiatri come tutti i medici, prima di iniziare la professione giurano di “esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento. Perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza. Curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno […] e promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione”.

Questi pazienti dunque non stanno chiedendo nulla che non sia già un dovere, quantomeno morale, del medico. Il giuramento prestato dagli infermieri (ispirato a Florence Nightingale) è molto simile a quello di Ippocrate e comprende praticamente gli stessi punti. Questa è la teoria.
La pratica è invece che “prendersi cura dei pazienti con disturbo borderline è stato identificato come un problema per i professionisti della salute mentale con alcuni studi che suggeriscono che la diagnosi borderline influenzi sia il livello che la qualità delle interazioni che lo staff ha con i pazienti” (Deans, C. Meocevic, E. 2006).

Un altro dato interessante è che gli psicologi, rispetto agli psichiatri e agli infermieri sono meno inclini al giudizio negativo rispetto a questi pazienti e che gli infermieri – delle tre categorie di professionisti – sono quelli meno empatici (Bodner, E., Cohen-Fridel, S., & Iancu, I. 2011). Gli infermieri psichiatrici inoltre descrivono i pazienti borderline come i più difficili con i quali lavorare (Bland, A. R., & Rossen, E. K. 2005) e questo è dovuto sopratutto all’aspetto relativo alla suicidalità.

Su cosa lavorare

A onor del vero se l’80% degli infermieri ammette di trovare difficile prendersi cura dei borderline, l’81% è anche onesto nel dire che questi pazienti non ricevono cure adeguate e comunque tutte e tre le categorie citate – psichiatri, psicologi e infermieri – sono molto interessate a ricevere una formazione specifica. Verrebbe da chiedersi chi dovrebbe dargliela questa formazione specifica ma questo è un altro discorso…

Gli studi che ho riportato sono uno australiano, uno irlandese e uno israeliano a riprova che le difficoltà degli specialisti sono trasversali. Ho dovuto operare una scelta ma ci si sarebbe potuta scrivere una tesi.
Mi è stato segnalato che c’è sempre un gap tra i risultati della ricerca e quando questi vengono messi in pratica, lo comprendo ma rifletto anche sul fatto che la rapidità con la quale si riesce a condividere le informazioni oggi non è certamente quella di quaranta o cinquant’anni fa e che il DBP è studiato massicciamente da più di tren’anni ormai.

Il tempo non è più una scusante.

Bibliografia

Bland, A. R., & Rossen, E. K. (2005, June). Clinical supervision of nurses working with patients with borderline personality disorder. Disponibile su https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16020065

Bodner, E., Cohen-Fridel, S., & Iancu, I. (2011). Staff attitudes toward patients with borderline personality disorder. Disponibile su https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21130423

Deans, C., & Meocevic, E. (2006). Attitudes of registered psychiatric nurses towards patients diagnosed with borderline personality disorder. Disponibile su https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16594881

7 pensieri su “I professionisti e il paziente borderline: l’abbandono nell’abbandono.

  1. Se non ho letto male manca qualcosa. Fornire alle famiglie le informazioni e gli strumenti per non essere invalidanti ma collaborative. Per esperienza so che l’ambiente umano e quello terapeutico aono i pilastri del miglioramento.

    1. In questo caso non ci siamo focalizzati sulla famiglia. L’argomento del post era altro, per fornire strumenti alle famiglie bisogna che i terapeuti e gli infermieri siano preparati.

  2. Grazie per questo articolo come sempre interessante. Purtroppo, la mia recente esperienza (dieci giorni fa) mi fa essere molto scettica sulla preparazione dei medici, dal momento che non sono in grado di gestire questi pazienti, che sono i più fragili. Mi è stato detto che se mia figlia non collabora, è inutile che ce la porto, perché deve prendere pienamente coscienza del problema e rimanere tranquilla durante la seduta. Ma se fosse stata cosciente e in grado di gestire i suoi stati emotivi, probabilmente non saremmo approdati al CSM della nostra ASL! Con la psicoterapeuta privata c’ Una sorta di dipendenza, perché è ormai 5 anni che la segue, ma anche lei ha difficoltà nel gestire le varie crisi. Voglio sperare nelle nuove generazioni di medici che si stanno formando e che forse hanno studiato su manuali più aggiornati!

    1. Sono stati i professionisti stessi a collaborare a questo tipo di ricerca, dando il loro parere riguardo il trattamento dei pazienti con disturbo borderline. I disturbi di personalità sono solo una parte dei problemi di natura psicologica (e a volte psichiatrica) di cui un terapeuta può doversi occupare. TI faccio l’esempio di un altro medico: il ginecologo potrebbe occuparsi di tumori del collo dell’utero e non di gravidanze, è una sua scelta. Il punto è che in questo caso, se una donna incita dovesse contattarlo dovrebbe essere lui stesso a suggerire un collega. Io non pretendo che uno psichiatra sia competente allo stesso modo riguardo schizofrenia e disturbo borderline ma che quantomeno questa distinzione sia chiara e universalmente accettata sì. Se quindi i terapeuti stessi (immagino sopratutto quelli che lavorano in ospedale che fanno i turni anche in PS) chiedono formazione, è una grave negligenza quella di non dargliela.

      1. Vero,
        Lavorare con questa tipologia di pazienti Non è semplice: all interno del percorso di cura e però fondamentale, dopo L acuto, indirizzarli verso chi è in grado di lavorarci al meglio offrendo al paziente il miglior percorso possibile (sia per il medico che, dopo L acuto può non sentirsi di prendersi carico di un determinato paziente che per il paziente stesso)
        Purtroppo spesso si fa molta confusione anche in termini diagnostici primariamente e, secondariamente, del bpd vedendo quanto ha vagato nelle Langhe dei vari domini psicopatologi (psicosi?bipolare? Carattere impulsivo?) si è capito ancora ben poco (basta solo vedere le meta analisi sui risultati farmacologici…in pratica tutto e nulla).
        Probabilmente è una sindrome etnica: il giusto modo di esprimere un disagio psichico (ovviamente ci sono forti correlati biologici), ma il fenotipo si estrinseca probabilmente in base al tempo e al luogo diversamente dalle grandi sindromi

        1. Ultima cosa: non credo che molti di questi pregiudizi siano per cattiveria, ma è ben noto, in tutta letteratura, L alto rischio di burn out per i terapeuti che si occupino primariamente di questo campo

  3. “L’abbandono nell’abbandono” rende benissimo l’idea.
    In passato mi è capitato spesso di ricorrere a metafore per descrivere quello che si prova, sia a portare l’acronimo “BDP” su una targhetta, che alla fine capisci è meglio non mostrare, sia ad avere un qualsivoglia problema d’interfaccia tra quello che si è e ciò che viene interpretato e riconosciuto dall’ambiente circostante, anche quello terapeutico.
    “Come se a un paraplegico continuassero a dire ‘alzati e cammina.'”
    “Quando si ha un handicap, puoi supplire alle tue mancanze mettendoci la forza di volontà.. ma se è la volontà ad essere stata amputata?”

    Il buon costume, ma sempre più spesso il buonismo, sta bandendo tutta una serie di termini ormai quai tabù: mi riferisco a quelli la cui accezione den*gr*tiva ha prevalso, diventando un’arma atta a ghettizzare e schernire. Oggi si consiglia vivamente di usare “persona di colore”, “omosessuale”, “infermo”, “disabile”, “in carne”, etc, piuttosto che i loro fratelli xenofobi. Ma i “pazzi”.. quelli restano tali (mentre gli anglossassoni abusano del termine “retard” e della sua forma passata, visto che su altre crocirosse non possono più sparare). Questo perchè alla discriminazione nelle categorie dei termini di qui sopra si è contrapposto uno sdegno corale (se si considerano poi alcuni “#movement” di nuova generazione, s’arrivano a udire urla talmente amplificate ed esagerate da coprire quelle di tutti gli altri). Mentre, per loro stessa natura, i malati mentali spesso non hanno una voce, o preferiscono esistere in sordina; un tempo rinchiusi in quattro pareti, oggi murati nell’omertà. S’impara ad essere invisibili quando è il diverso ad avere paura dell’uniforme.

    Fidatevi, di questi tempi non c’è nulla di più alienante d’essere un “matto” come me. 🙂

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