Emergenza Borderline

E tutto il mondo fuori…

 Il rapporto continuo con l’ansia che ben conosce chi ha ricevuto diagnosi borderline non ha nulla a che vedere con la tensione o il nervosismo che ogni essere umano più volte prova nella vita, come ben spiega questo articolo pubblicato da Vice ‘smettetela di confondere un po’ di stress con la vera ansia‘ di Christina Stiehl.
Non dovrebbe quasi esserci bisogno di dirlo ma non è così. Raccontiamo tanto spesso, o meglio tentiamo di raccontare, cosa si prova ad essere preda di un attacco di ansia o di panico da far credere a chiunque di sapere benissimo come sia ma sbagliano. Mi ha sempre dato fastidio sentirmi dire ‘vabbé dai siamo un po’ tutti borderline‘ oppure ‘l’ansia non ce l’hai solo tu, impara a gestirla‘. In queste frasi ho sempre letto un affronto, dentro di me urlavo.
Se avessero avuto una diagnosi come la mia e avessero dovuto fare i conti tutto-il-giorno-tutti-i-giorni con i miei sintomi avrebbero pregato per sentirsi persone ‘normali’.
Perché qualcuno sentisse il bisogno di normalizzare la mia situazione e drammatizzare la sua non mi riusciva proprio di comprenderlo. Ora si, una spiegazione me la sono data: quando stai male sei un problema perché fai sentire inadeguato chi ti sta intorno. Gli altri vorrebbero che tornassi nei ranghi il prima possibile mentre tu non ce la fai e finisci per spiattellargli in faccia una realtà che nessuno vorrebbe mai vedere: in certi momenti non si può fare nulla, bisogna solo esserci.
Si accusano i borderline di cercare attenzioni come fosse un difetto, la verità è che le attenzioni piacciono a tutti ma chissà perché nessuno vuole ammetterlo. L’errore sta nel pensare che le attenzioni che il soggetto borderline ricerca siano legate ad un capriccio mentre riguardano un bisogno che è vitale quanto respirare: quello di sentirsi amati. Quando qualcuno presta attenzione ad un borderline sta facendo passare un messaggio che è come l’acqua nel deserto, gli sta dicendo ‘io ti vedo, esisti, non sei un fantasma’.
Chi guarda dall’esterno
Voi che pensate di sapere cosa sia l’ansia, sapete anche come è quando ti senti fuori dal tuo corpo e ti vedi dall’esterno, quando sei depersonalizzato? Chi usa parole come ‘pigro, ricattatore, falso, manipolatore, voltafaccia, inaffidabile’ o dice ‘non ti impegni, non ci provi neppure, ti piace solo divertirti e non avere responsabilità’, pensa veramente che sia divertente passare tutto il giorno chiusi in casa, non riuscire ad andare più a scuola, litigare ogni santo giorno, perdere l’ennesimo lavoro?
Non è facile per nessuno, è vero ma quindi perché non si riesce a capire che non c’è un’unica parte lesa in questa vicenda? Davvero credete che se la diagnosi l’aveste avuta voi sapreste fare meglio?
Gli ‘altri’ hanno urgenza di vedere il proprio caro stare bene per non avere una preoccupazione. Lui ha urgenza di stare meglio perché si chiede ogni giorno se valga la pena di continuare a vivere la sua vita.
Non so se sono riuscita a far capire la differenza nelle priorità fra una persona che può chiudere la porta di casa dietro di sé, incontrare qualcun’altro e alleggerirsi la testa e una che invece non può prendersi mai una pausa da se stessa. Se fosse così semplice cambiare, non pensate che lo farebbero tutti? Per queste cose ci vuole tempo e ci vogliono persone che purtroppo non siete voi.
La terapia non è una passeggiata
Trovare i terapeuti giusti non è impossibile ma non è automatico, bisogna accettare di essere così diversi dagli altri da dover mettere da parte i propri sogni magari per anni e entrare in un percorso che è un salto nel buio. Bisogna accettare che non riusciremo ad andare bene a scuola neppure impegnandoci, che non basterà una notte di sonno per farci tornare carichi al lavoro, che per quanto tu ti possa impegnare domani ti vedrai nuovamente un cesso allo specchio e avrai paura di uscire, che in un momento in cui dovresti essere felice sarai invece depresso e tutti ti guarderanno storto. Bisogna accettare che forse un medico riuscirà a capire ma tua madre no, che a tuo padre vai bene solo quando fai ‘la brava bambina’, che il tuo ragazzo pensa che tu sia un accollo e che la tua amica inizia a smettere di chiamarti perché quando ti viene l’ansia la metti in imbarazzo.
Bisogna passare questo inferno e accettare che da solo non ce la fai.
Quando ti cede l’orgoglio che ti teneva lontano dalla diagnosi e hai la forza di iniziare la terapia farmacologica, la terapia individuale, i gruppi e devi uscire di casa anche quando non ti va per frequentare l’ospedale o la struttura che ti ha preso in carico, vedi la tua vita rimpastata dall’inizio alla fine. Non è una questione solo di parlare ma anche di ascoltare, ascoltare persone che soffrono quello che soffri tu, che combattono i mostri che ti porti nella borsa, che ti trascini nello zaino… a volte pensano di non farcela proprio come te (in quel caso ti sgretoli) o al contrario ce la stanno facendo (e potresti sentirti inadeguato). Immaginate cosa significa?
Avete un’idea di quanta energia emotiva ci voglia per spingere su quell’acceleratore? No, non lo sapete perché non funziona così il vostro cervello, non si inceppa, non vi lascia in panne sull’autostrada quando meno ve lo aspettate.
Affrontare la situazione come una squadra 
I vostri cari che per la maggior parte del tempo rappresentano un problema, sono gli stessi che hanno una forza che non potete immaginare, un coraggio che a voi non è mai servito e dovreste essere davvero grati per non essere al loro posto.
Voi e lui dovete essere una squadra per affrontare tutto questo, bisogna abbandonare l’ego che dice che non avete nulla da rimproverarvi, ‘è colpa mia o colpa è sua‘ perché qui non si tratta di stabilire se ci sono colpe, si tratta di abbattere i muri e lasciarsi abbracciare da una realtà dalla quale non si può scappare.
Quando sarete pronti per vedere tutto questo e riuscirete a riprendere le fila della comunicazione vedrete quanta differenza faccia empatizzare con quello che succede davanti ai vostri occhi. Se però vi rendete conto che non ce la fate per lo meno evitate di giudicare! Perché no, non lo sapete cosa significhi avere una crisi, non è vero che siamo un po’ tutti borderline e che l’ansia se la gestiscono tutti e quindi basta decidere di non stare troppo male.
È vero ora sto bene, è vero ho superato la disregolazione e quando mi capita di soffrire, come tutti gli esseri umani, riesco a stare nelle mie emozioni e vedere che ad un certo punto passano. Si, riesco a lavorare e ad essere serena nei miei panni ma quella parte della mia vita non si è dissolta me la ricordo tutta e le piaghe emotive se vengono toccate – proprio come un’ustione – fanno ancora male.
Si impara presto a ricevere critiche, mi capitava quando ero completamente disregolata e pensavano che fossi infantile. Mi capita adesso che sono assolutamente equilibrata e pensano che non sia mai stata davvero disturbata. Capitava, capita, è la vita non posso farci niente se non accettarla.
Quando dicono che non potrai mai piacere a tutti hanno ragione ma tra le altre cose ho imparato a vedere dove sono i miei limiti e ad apprezzare il fatto che proprio quei limiti mi tengono con i piedi piantati per terra. A differenza di quanto accadeva prima, quando proprio sono stanca e ho bisogno di ricaricare le pile, posso allontanarmi dal giudizio, dalle aspettative e dall’inadeguatezza. Adesso riesco chiudermi dentro la mia stanza e lasciare tutto, tutto il resto del mondo fuori…

 

2 pensieri su “E tutto il mondo fuori…

  1. Questo è a tutt’oggi il post che preferisco di questo blog. Ci leggo benissimo mia figlia, però vista dal di dentro. Come genitore ho passato anch’io un inferno, perdendomi dietro mille ipotesi e supposizioni, poiché non si riusciva ad avere risposte dalla Sanità. Il lavoro di divulgazione di Federica, Francesca e Nicole è estremamente prezioso, poiché fornisce una chiave di lettura libera da ciò che la nostra società appioppa alla leggera a chi soffre di questo disturbo; così non solo ho compreso l’esistenza di un mondo infernale in mia figlia, ma è radicalmente cambiata la mia posizione nei suoi confronti (specie riguardo il giudizio) e nei confronti del disturbo, non più un mostro informe, ma ora caratterizzato da modalità e comportamenti che posso leggere e cercare di comprendere.
    Grazie di questo straordinario lavoro!

    1. Grazie Luca! Questo commento vale tantissimo per me. È stata una fortuna incontrarci sotto tutti i punti di vista, se tutto va bene ci rivedremo anche a maggio ma ho già detto troppo. 😉 Vi abbraccio tutti fortissimo.

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