Emergenza Borderline

Guarire dal disturbo borderline: cosa vuol dire?

EmergenzaBorderline ha scoperchiato un qualche genere di vaso di Pandora dal quale è uscita un’onda che ci ha investite in pieno. Nessuno prima si era esposto così tanto in prima persona, non tanto per aver ammesso apertamente di essere borderline ma per aver confermato che se ne può venire fuori. Siamo inoltre un trio e non un soggetto singolo, affiancate da medici e compagne che proprio come noi hanno combattuto la loro battaglia con il borderline e l’hanno vinta e delle quali potete leggere le testimonianze.
Per chi è invischiato nella sofferenza fino al collo leggere il nostro entusiasmo può essere un sollievo o spaventoso o entrambe le cose perché da un lato c’è la speranza di stare bene dall’altro la paura di fidarsi di qualcuno che ci potrebbe vendere lucciole per lanterne.
La domanda è dunque giustificata: che vuol dire guarire dal borderline? Lo chiediamo al dottor Nicolò Gaj psicoterapeuta presso il Day Hospital per i disturbi della personalità del San Raffaele di Milano e supervisore presso la comunità educativa Artemisia Junior del nostro partner Snodi.
  1. Buongiorno dottor Gaj e grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Cosa intende la comunità scientifica con guarigione dal disturbo borderline? Ci sono opinioni discordanti. In ogni caso, la disregolazione che sta alla base del disturbo può essere gestita in modo sempre più adeguato attraverso un trattamento specifico, cosicché i comportamenti distruttivi sviluppati nel tempo per farvi fronte possano essere sostituiti da altri più funzionali. Quando ciò avviene, si avvia un circolo virtuoso, per cui poi le emozioni vengono vissute in modo meno intenso e sopraffacente, favorendo un cambiamento in vari ambiti della vita dell’individuo.
  2. E’ vero che col tempo i sintomi regrediscono e quindi basta aspettare di aver superato una certa età per stare bene? I sintomi esplosivi e distruttivi come i gesti autolesivi e l’ideazione suicidaria tendono a regredire col tempo, lasciando però spazio ad altri aspetti nucleari del disturbo, relativi a problematiche identitarie: insicurezza personale, difficoltà a godere di relazioni interpersonali autentiche, ansie abbandoniche.
  3. Perché le terapie tradizionali non funzionano quanto la GET del dott. Visintini e la DBT della dott.ssa Linehan, per uscire dal disturbo? Per diversi motivi: innanzitutto, essendo un disturbo complesso, il BPD (borderline personality disorder) va affrontato attraverso dispositivi terapeutici complessi, come per esempio l’integrazione tra terapia di gruppo e terapia individuale. Inoltre, si tratta di trattamenti intensivi, sia in termini di contenuto che di impegno di frequenza per il paziente. Ciò permette di intervenire in modo adeguato rispetto a una sintomatologia che spesso mette in grande allarme il paziente e coloro che vi stanno intorno. Sono terapie in grado di fornire strumenti conoscitivi e d’intervento specifici in relazione al funzionamento psichico sotteso al disturbo. Le terapie tradizionali non sono in grado di fornire tutto questo.
  4. Perché a parità di terapia alcuni pazienti hanno un recupero completo e altri no? E’ un quesito molto complesso a cui la ricerca non ha ancora dato una risposta. In termini di esperienza clinica, hanno sicuramente un ruolo la pervasività del disturbo, cioè quanto certe modalità di vedere il mondo e di agire nel mondo siano radicate nella vita dell’individuo. Poi, ha un ruolo la disponibilità del paziente a mettersi in gioco attraverso una terapia, nonostante la comprensibile e sacrosanta paura di affrontare un cambiamento. Infine, hanno un ruolo importante il tipo di terapia (non tutte le terapie possono essere efficaci allo stesso modo in relazione al singolo paziente) e le capacità dei terapeuti coinvolti nella terapia.
  5. Quando è meglio iniziare una terapia per avere più possibilità che funzioni? Il prima possibile. tuttavia, è necessario che il paziente possa iniziare un trattamento avendo una sufficiente motivazione a intraprendere questo percorso. La motivazione è strettamente legata alla condivisione della diagnosi da parte dei clinici. Infatti, solo a partire da una diagnosi che il paziente percepisce come rilevante rispetto alla propria vita e alle proprie difficoltà è possibile impostare un trattamento la cui partecipazione sia fruttuosa in termini terapeutici.

7 pensieri su “Guarire dal disturbo borderline: cosa vuol dire?

  1. Buongiorno, sono il partner di una donna borderline di 44 anni che va in terapia psicologica costantemente; ultimamente ho intravisto un miglioramento anche se la stabilità mi pare ancora lontana da essere raggiunta. Pongo una domanda; il fatto che la persona neghi la diagnosi che lei stessa mi ha riferito (DBP), e i cui sintomi ho riscontrato in pieno da quando la conosco, può essere un campanello di allarme che non è pienamente consapevole dei suoi disturbi, o può solo essere una reazione di difesa verso di me, e magari davanti al terapeuta ne è pienamente consapevole e quindi non pregiudicare il percorso terapeutico? Grazie

    1. Potrebbero essere entrambe le cose, nel senso che magari lei sa di avere questa diagnosi ma non ha ancora ben capito come si declini nella sua quotidianità. Potrebbe negarlo per evitare di essere etichettata e che tutto quello che faccia o dica sia immediatamente ricollegato al disturbo o potrebbe anche essere che sta passando un momento difficile che la rende incerta…

      1. Grazie della pronta risposta; ancora una questione se possibile; si può parlare di guarigione, anche se rara da quanto o capito, oppure è meglio dire che la persona può raggiungere una certa stabilità e smussare gli aspetti più problematici in modo che la sua vita e quella delle persone che le stanno accanto può diventare ‘pressoché’ normale?

        1. La guarigione non è affatto rara è che se ne parla poco quindi sembra una chimera. È provato che le persone con disturbo borderline senza comorbidità (cioè senza altri disturbi psichiatrici o psicologici) hanno il cervello molto più plastico del normale e quindi sono molto più adatti al cambiamento sia in positivo che in negativo. Trovando il giusto percorso quindi possono migliorare anche se avanti con gli anni.
          Detto questo noi tre siamo uscite dalla terapia per il disturbo borderline nel 2013 e nessuno di noi è ricaduta nel disturbo quindi ci consideriamo guarite.

          Gli studi dimostrano che a 2 anni dalla dimissione dal trattamento il 50% dei pazienti non corrisponde più ai criteri diagnostici e che dopo 10 anni dalla dimissione la percentuale sale all’88%.

          Il concetto di guarigione o di remissione però è molto più personale che medico. Nel senso che il terapeuta può dire che non ci sono più i criteri per diagnosticare il disturbo ma come lo si vive in prima persona è una cosa molto privata.

  2. Ciao mi dite dove siete state e visa si intende di non aver altri problemi psicologici credo che per esempio la depressione sia già dentro questo problema…… vorrei poterne uscire

  3. Salve, sono un ragazzo di 32 anni. Da qualche anno ho avuto diagnosticato il disturbo borderline in concomitanza con quello paranoide( quindi difficile legarmi anche al terapeuta). Dopo vari cambi però sono riuscito a intraprendere un percorso che già dura da più di 2 anni. Il percorso affrontato e’ di tipo dinamico. Purtroppo nella mia città che io sappia non ci sono altri terapeuti che usano da DBT o altre terapie più efficaci. Potete darmi una parola di sollievo rispetto al fatto che si possa guarire? Io c’è la sto mettendo tutta, ma a volte mi sento perso solo e senza speranza. Cordiali saluti

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