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Viaggio nel cervello borderline

Viaggio nel cervello borderline

Chi ha un disturbo borderline non lo fa apposta, non si diverte a comportarsi in un certo modo, non cerca di attirare l’attenzione per lo meno non come credete voi. Il cervello di un* borderline è diverso, funziona a modo suo e su questo non si può barare. Seguimi in questo viaggio nel cervello borderline, proverò a spiegarti quello che mi ha aiutata a iniziare la terapia con il piede giusto.

Grazie alla risonanza magnetiche funzionali abbiamo una prova scientifica che ‘non siamo tutti un po’ borderline‘.

Anche se le ricerche sono ancora in corso sembra che sia l’ippocampo destro che l’amigdala siano più piccole nei borderline (Pier, Marin, Wilsnack & Goodman, 2016) per l’esattezza fino a un 16% in meno nel caso dell’ippocampo e un 8% in meno per quanto riguarda l’amigdala (Hurley, Hayman, Taber, 2003).

I cervelli non sono tutti uguali

Quello che per semplificare viene chiamato “brutto carattere” ha dunque una nuova spiegazione. Se conoscete il blog e lo seguite da tempo sufficiente, sapete chi è Anthony Ruocco. Il suo lavoro mi ha ispirato tre post nei quali ho parlato di tre problemi che boicottano le terapia:

  1. attenzione
  2. memoria
  3. funzioni esecutive.

Tre problemi che, nei borderline, trovano risposta proprio nel funzionamento specifico del cervello.

Cito di nuovo il prof. Ruocco perché nel suo articolo del 2013, pubblicato su Biological Psychiatry, ha spiegato come l’insula – cioè la regione che determina quanto intensamente vengono vissute le emozioni negative – sia iperattiva. Di contro, la corteccia prefrontale – la parte che ci aiuta a regolare le reazioni emotive – è ipoattiva cioè funziona di meno.

Sì, sembra proprio una bella serie di sfighe.

Sapere è il primo passo per imparare a gestire

Credo sia importante sia per chi viene diagnosticato che per i suoi parenti e amici avere delle informazioni più chiare sul fatto che il DBP non è solo un’insieme di atteggiamenti disfunzionali. Quello che viene giudicato un capriccio ha radici più profonde.

Il cervello borderline, non funziona come il cervello dei NON borderline.

Viaggio nel cervello borderline

Nell’immagine qui sopra vedete la diversa reazione agli stimoli stressanti del cervello borderline (in arancio) rispetto agli altri (in blu).

Facciamo un paio di esempi davvero molto semplici per capire un po’ meglio: un neonato deve essere sfamato (BISOGNO) – l’amigdala gli suggerisce di piangere per chiamare la mamma. Lui lo fa (AZIONE) – la mamma arriva, lo sfama, il piccolo si calma.

Il bambino cresce, ovviamente continua ad avere fame (BISOGNO) e l’amigdala gli comunica di chiedere cibo (AZIONE). Il bimbo è appena uscito da scuola e la mamma gli dice che dovrà aspettare di fin quando sarà arrivato a casa per mangiare. Che succede nel cervello se la mamma del bimbo non può dargli subito la merenda?

L’esperienza plasma il cervello

Succede che per fortuna insieme al bambino si sviluppa la corteccia prefrontale che gli dice “sì ok, hai fame ma la mamma ha detto che mangerai non appena arrivato a casa quindi puoi stare tranquillo” mette cioè fra il bisogno e l’azione un PENSIERO!

Il pensiero subentra perché il bambino, come uno scienziato ha sperimentato infinite volte che la mamma gli da effettivamente il cibo quando lo chiede ed è quindi sicuro che anche questa volta otterrà il soddisfacimento del suo bisogno.

Cosa succede in un* borderline?

Quello che accade è più somigliante all’atteggiamento del neonato. L’amigdala iperattiva risponde agli stimoli come se fossero molto più urgenti di quello che in realtà sono, come fossero tutte questioni di vita o di morte e in più si calma con maggior difficoltà!

(Sempre per non farsi mancare niente…).

A questo aspetto se ne aggiunge un altro: il bisogno che ha necessità di soddisfare crescendo non è di sopravvivenza spiccia fame-sete-sonno-bagno ma è un bisogno che a volte non è ben chiaro neppure alla persona stessa e l’inconsapevolezza manda nel panico.

Riflettendoci logicamente è del tutto comprensibile come faccio a soddisfare “zosrhgisoherglisu”? Che cos’è “zosrhgisoherglisu”?! Per soddisfare questo bisogno (non desiderio ma bisogno!) astruso vengono messe in atto delle azioni disfunzionali tipo: l’autolesionismo, l’abbuffata, il sesso promiscuo, la droga, l’alcool per evitare di sentire la frustrazione causata da dolore.

Quindi che si fa?

Tranquilli, non è una condanna. È una condizione del menga che nessuno vorrebbe avere, siamo d’accordo ma non è cronica come troppo spesso vogliono farci credere. Si fa una bella terapia, lunga quanto serve e si fa in modo di allenare quelle parti del cervello meno attive a contenere quelle iperattive.

L’ipersensibilità non sparisce ma quella non è una nostra nemica. Una delle cose migliori che fa la terapia è insegnare a dare un nome a quei bisogni e quelle emozioni che non si sanno ancora nominare, che si avvertono e basta. Da quel momento in avanti il percorso prende un’altra piega. Bisogna arrivarci però.

La mia esperienza

Quando mi hanno fatto lo spiegone su come funzionava il mio cervello ho capito che le cose iniziavano a farsi serie. Non si trattava più di qualcosa di casuale del quale avevo responsabilità diretta ma di un sintomo e io volevo arrivare a risolvere la causa.

Se so che il mio problema è fisiologico (proprio come un osso rotto che non mi permette di camminare) non posso sentirmi etichettato. Per quel cervello non ho colpa, come non ho colpa se non riesco a camminare per via di una frattura.

Fonti:

Johnson, P.A., Hurley, R.A., Benkelfat, C., Herpertz, S.C., Taber, K.H. (2003). Understanding Emotion Regulation in Borderline Personality Disorder:
Contributions of Neuroimaging.
Pier, K.S., Marin, L.K., Wilsnak, J., Goodman, N. (2016, Marzo 31). The Neurobiology of Borderline Personality Disorder

2 pensieri su “Viaggio nel cervello borderline

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